

Oggi è un giorno davvero particolare, almeno per tutti coloro che credono nei valori dello sport e che amano l’attività agonistica. E’ il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino 2008. Di certo un evento così non può passare inosservato. Non voglio però parlare di ciò che rappresentano le Olimpiadi nel mondo moderno, ma di quello che possono rappresentare per uno come me. Quando ho incominciato ha praticare lo sport in maniera più seria, verso i 13 – 14 anni, ho subito iniziato a pensare e credere che la cosa più bella che mi potesse accadere da sportivo fosse quella di poter prendere parte ai Giochi Olimpici. Credo infatti sia fuori discussione che la massima aspirazione per uno sportivo sia quella di poter partecipare almeno una volta nella vita ad una manifestazione di tal genere. Pochi sono però gli eletti ed i fortunati, ancor meno quelli che partecipando hanno la gioia di poter vincere una medaglia, magari d’oro. Il mio sogno, però, man mano che passavano gli anni è andato via via e sempre più svanendo fino a diventare una pura chimera. Oggi la consapevolezza è quella di non poter realizzare questa impresa unica ed esaudire questo sogno. Nonostante tutto non rimane il rammarico, ma solo la certezza di aver provato, almeno in alcuni periodi della mia vita, a fare di tutto per potervi partecipare. Così, in questi giorni, guardando la televisione, oltre l’ammirazione, proverò per gli sportivi partecipanti alle Olimpiadi una grandissima stima perché loro sono riusciti arrivare dove io ho potuto solo sognare.

E’ trascorsa anche la prima domenica di agosto e con essa, immancabile, La Speata, gara di 12 km che si svolge sulle rampe in salita da Subiaco a Monte Livata. Il mio ruolo è stato di organizzatore, piuttosto che da atleta. Le fatiche simili, ma diverse. Quando si corre il tempo è in cui si è impegnati è di meno, ma lo sforzo più intenso. Quando si organizza lo stress si accumula nei tanti giorni di pre e post gara. Ma la soddisfazione è comunque tanta. Sapere di essere riusciti a portare al traguardo tante persone con pochi (forse nessuno) problemi riempie il cuore di gioia e la soddisfazione che si prova è pari a quando si vince una bella gara o si raggiunge un tempo ambito su una competizione. Alla fine gli arrivati sono stati ben 632. 52 in più dello scorso anno, con un incremento di quasi il 10 %. Considerando che le persone che lavorano attivamente (eccetto il giorno della gara) sono solo 4-5 e che i soldi provenienti da sponsor ed enti sono sempre meno, possiamo ritenerci ampliamente soddisfatti. Soprattutto se si pensa che per “complicarci” la vita, quest’anno, per la prima volta, abbiamo voluto inserire, quasi all’ultimo momento, La mini Speata, gara di 2 km competitiva per le categorie giovanili. I giunti al traguardo hanno sfiorato le 100 unità ed avevano un’età compresa dai 9 mesi del più giovane (accompagnato dalla madre con passeggino) ai 17 anni del più “vecchio”. La speranza è che tra loro ci sia qualcuno propenso a prendere la corsa seriamente ed abbia la passione per continuare a praticare questa splendida disciplina. La certezza è invece di aver mandato un utile messaggio per far capire a tutti (genitori compresi) quanto sia bello e salutare correre e fare sport. L’appuntamento è per il 2009.
Sono appena tornato da tre giorni di mare. Una vacanza breve per cercare di recuperare un po’ di energie fisiche e mentali in vista degli impegni futuri, non solo sportivi. Innanzitutto di lavoro. Agosto sarà un mese pieno di cose (e case) da fare. Poi organizzativi. Infatti in questo fine settimana sarò preso dall’evento La Speta, gara di 12 km interamente in salita organizzata dalla mia società podistica il Gruppo Marciatori Simbruini Subiaco. Io mi occupo in modo particolare, oltre ad altre cose, della fase di raccolta delle iscrizioni e della consegna dei pettorali. Stare dietro a quasi 800 persone vi posso assicurare che non è cosa da poco. Proverò anche stavolta a fare bene sperando di accontentare tutti e sbagliare il meno possibile. Intanto ieri sera, di rientro dal mare, ho fatto un lavoro specifico consistente in 90’ da correre in 6 blocchi da 15’ l’uno in progressione. Partendo da 4’15”, scendendo di 10” ogni blocco ed arrivando all’ultimo a correre in 3’25”. Le sensazioni non sono state negative, ma c’è ancora molto da lavorare. D’altronde il mondiale è ancora distante. A proposito di Mondiale e di Nazionale, durante questi giorni mi è capitato spesso di pensare a quanto successo a seguito dei miei post sul blog e quali sono state le diverse reazioni. Una cosa è certa, le mie denuncie non serviranno a cambiare le cose. Partendo da questo presupposto mi chiedo se il mio pensiero dovesse rimanere tale o ho fatto bene ad esplicitarlo, renderlo pubblico, portarlo a conoscenza di altri? Ho fatto bene a mettere in evidenza qual è la realtà della nostra nazionale o sarebbe stato meglio “lavare i panni sporchi in casa”? Sicuramente le mie dichiarazioni hanno infastidito qualcuno o quantomeno questo qualcuno non se le sarebbe mai aspettate. Ma ciò che mi preoccupa non è questo. Il pensiero più ricorrente è di non essere stato ben compreso, di non essere stato chiaro e quindi di essere stato travisato il concetto del mio pensare. Aver messo di mezzo il discorso economico non mi ha di certo aiutato, perché è stato poi solo questo ad essere preso in considerazione da chi ha espresso la sua opinione, sia positiva che negativa. Tutto è stato ricondotto a ciò. Ma il fondamento del discorso era legato solo al fatto che abbiamo una classe dirigente che del nostro sport e delle nostre fatiche non sanno nulla e nulla le importa. Che non capiscono i sacrifici che facciamo e quale importanza possiamo avere nel mondo della corsa. Quale volano potremmo essere per il mondo amatoriale e per la crescita di un movimento di ultramaratoneti sempre più attenti e numerosi. Nonostante tutto continuano a trascurarci e pensare ad altro. La nostra atletica è morta da tempo. Andiamo avanti con persone oramai “vecchie”, che hanno da tempo superato i 30 anni. Non ci sono ricambi, ma non si fa nulla per incentivare l’attività giovanile e le attività parallele come l’ultramaratona. I pensieri sono altrove, forse intenti a capire il modo migliore per curare i propri interessi.
Ringrazio tutti coloro che in questi giorni hanno avuto per me e per il mio sfogo relativo alla convocazione delle parole di conforto e di comprensione. C’è chi mi ha chiamato per telefono, chi mi ha scritto post sul blog, sms ed email e chi infine, incontrandomi, ha voluto farlo in prima persona. A tutti costoro va la mia più sincera e sentita gratitudine. Sentirmi appoggiato in questa mia situazione di rammarico è stato bello e comunque mi è servito a condividere con altre persone quella che è la realtà dei fatti e quindi mi ha fatto stare meglio. Proprio per tale motivo però voglio dare alcune precisazioni in merito. In particolare sull’aspetto economico. Le mie critiche verso i pochi compensi che ci vengono elargiti non nascono da una mia necessità di fare dell’atletica una fonte di sostentamento. Non pratico questo sport per soldi e per fortuna ho un lavoro che mi consente di vivere l’atletica come un semplice hobby, nonostante questo mio hobby mi costi sia in termini di sacrifici, rinunce e spese varie. Ma considero ciò la mia fortuna e per questo me la tengo stretta. Ciò che mi rammarica e mi fa rabbia e solo ed esclusivamente legato a quello che è l’atteggiamento della Fidal nei ns confronti, nei confronti cioè di persone che si fanno un “mazzo tanto” per portare in alto i colori della nazione e vengono comunque non considerate. Non ci sono i soldi, ma vorrei vedere da quante e quali persone è composta la spedizione azzurra per le prossime Olimpiadi. Quante mogli, figli e accompagnatori vari andranno a godersi questo spettacolo unico a spese nostre. Quanti rimborsi verranno elargiti e quanti soldi verranno sprecati. Se solo si facesse meno politica e più sport credo che qualche briciola rimarrebbe anche per noi. Ma d’altronde abbiamo un Presidente della Fidal e dei consiglieri che hanno smesso da tempo i panni dell’atleta. Ora hanno una bella pancetta rotonda ed un grosso “culo” incollato sulla loro comoda poltrona. Non parlano da atleti ad atleti, ma da politici a persone che sanno, devono e possono solo battere le mani. La nostra situazione, ripeto, è la situazione tipica italiana. Credo che non ci sia via di scampo. Prendere o lasciare. La mia lotta personale è e sarà quella di far presente questa realtà ogni qual volta ne avrò l’occasione. Non credo che potrò cambiare le cose, ma almeno, a differenza loro, avrò una coscienza più pulita da portare con me.
Mentre rientravo a casa dopo l’allenamento odierno ho incontrato il postino che mi stava consegnando una lettera. Non era una lettera normale, ma molto molto particolare. L’oggetto recitava “Campionato del Mondo IAU 2008 di 100 km su strada”, in poche parole era la lettera di convocazione per i prossimi campionati mondiali ed europei che si terranno il prossimo 8 novembre in Italia e nello specifico nella città laziale di Tarquinia. Immagino che a chiunque farebbe piacere ricevere qualcosa del genere, soprattutto per tutti coloro che fanno della corsa e delle gare di lunga distanza il loro obiettivo sportivo. Credo che molti atleti desidererebbero ardentemente poter raggiungere almeno per una volta tale risultato e provare cosa si sente ad indossare la maglia azzurra e far parte della Nazionale. Non nascondo che la sensazione è bella, particolare e per certi aspetti unica. Ti dà la forza e la carica per poterti allenare con più impegno e maggior dedizione. Ma soprattutto ti fa sognare che le cose possano andare nel modo giusto e quindi cogliere un risultato strepitoso. Purtroppo però non c’è solo e soltanto questo. E’ sicuramente risaputo che la nostra specialità è quasi pioneristica. Fatta cioè da pochi atleti “matti” che si cimentano in imprese ardue investendo molto del proprio tempo ed avendo in cambio poco o nulla. Tutto ciò che si riesce ad ottenere è solo ed esclusivamente frutto del proprio impegno. Niente di più è concesso. O comunque quel poco è veramente troppo poco. Volete sapere cosa aspetta a chi partecipa ad un Mondiale e difende i colori della propria nazione? Bene. Innanzitutto una lettera di convocazione da poter vantare con amici e conoscenti. In secondo luogo del materiale sportivo da parte della Fidal, il cui valore si aggirerà intorno ai 500 euro e rappresenta il minimo che viene fornito a tutti coloro che vestono la maglia azzurra. Poi un rimborso forfettario per le spese del viaggio e dell’alloggio per il Mondiale (per il Mondiale del 2007 in Olanda è stato di 250 euro, comunque non sufficienti per coprire l’intera cifra spesa) che ho ricevuto a maggio del 2008 ed, infine, un rimborso una tantum di 500 euro da parte della Fidal per aver fatto parte della nazionale, che però ad oggi non ho ancora avuto. C’è da aggiungere, inoltre, che quest’anno avremo un mini raduno di un week end dal 5 al 7 settembre a Luco dei Marsi in Abruzzo in occasione della 6 ore al quale è di notevole importanza partecipare. La comunicazione mi è stata data attraverso una mail inviata dalla commissione tecnica in cui si diceva che se non vi avessi partecipato (dando delle buone motivazioni legate a problemi familiari o ad impegni sportivi già precedentemente presi) non sarei stato convocato. Non si specificava però chi avrebbe pagato le spese del viaggio (solo successivamente mi è stato chiarito che ci sarà un rimborso forfettario di 50 euro per tutti, sia laziali che trentini) e chi gli eventuali giorni di assenza dal lavoro. La mia idea è che non si può pretendere nulla da persone che già danno tanto senza ricevere nulla in cambio. Ma purtroppo o per fortuna non siamo tutti uguali. C’è libertà di pensiero ed il bello è proprio il fatto che ognuno possa propagandare ed esprimere la propria idea. La ragione però vorrebbe che questa non fosse imposta. Mentre la realtà è che la gara per noi più dura non è correre i 100 km, ma trovare più rispetto e considerazione per quello che facciamo. Un caro saluto
Erano anni che ci provavamo, ma nonostante la buona volontà non ci eravamo mai riusciti. Abbiamo tentato di nuovo, per l’ennesima volta, e finalmente abbiamo fatto centro. Giovedì scorso alle 18:30 appuntamento sotto casa mia per un allenamento di circa 1h15’ in compagnia del grande Valerio Checchi. Per chi non lo conoscesse voglio ricordare che Valerio fa parte della nazionale italiana di sci nordico, ha partecipato alle ultime 4 edizioni dei Campionati del Mondo, ha preso parte all’ultima Olimpiade del 2006 disputata in Italia a Torino, è pluricampione italiano, ma soprattutto è uno dei pochi atleti italiani, e l’unico del centro sud, che sia riuscito a vincere una gara di coppa del mondo (Canada 2008). Conosco Valerio da quando bambini andavamo sui campi da sci di Campo dell’Osso a sciare. Facevamo parte della stessa società, il glorioso Gruppo Sciatori Subiaco. Abbiamo fatto mille e più allenamenti insieme, abbiamo imparato la fatica dalle stesse persone, nei stessi luoghi, nello stesso modo. L’unica differenza è nella forza. Lui è un vero campione, perché è riuscito ad emergere in uno sport difficile, soprattutto per chi abita e vive in luoghi dove la tradizione in questo non ti aiuta, e perché è riuscito ad arrivare dove un’intera generazione di ragazzi sublacensi ha solo potuto sognare. Per questo lo stimo, per questo apprezzo la fatica che compie quotidianamente, per questo faccio il tifo per lui. C’è da aggiungere, inoltre, che i risultati non lo hanno affatto cambiato, è rimasto il ragazzo di sempre, umile e disponibile con tutti. E per questo amato da tutti. Tornando all’allenamento è stato un modo simpatico per trascorrere 75 minuti di vero piacere discorrendo di mille fatti, ricordando gesti e situazioni del periodo dell’infanzia, parlando dell’attualità e del doping nello sport e del caso Riccò, dialogando e scambiando idee e opinioni sui diversi modi di affrontare la fase di allenamento nella corsa e nello sci nordico, e soprattutto parlando di quelli che saranno i nostri prossimi impegni sportivi. L’augurio è di tornare al più presto ad allenarsi insieme, ma soprattutto che queste uscite siano di buon auspicio e un porta fortuna per le nostre gare.
Non sono di certo uno scrittore, forse un narratore delle mie emozioni. Anche se descrivere cosa è e cosa è stata la Monza Resegone è un po’ come correrla, un’impresa alquanto dura ed emozionante. I motivi sono mille, forse più. Proverò a sintetizzarli in tre, quelli, a parer mio, più importanti. Il primo, quello storico. La Monza Resegone è una classica giunta oramai alla 48esima edizione. Fatta da alpini per gente che anche solo per un giorno vuole provare a sentirsi tale, almeno nello spirito. Si torna indietro nel tempo, ai tempi delle grandi guerre mondiali. La storia la vivi e la senti dentro guardandoti attorno e parlando con chi l’ha vissuta davvero. Il secondo, legato all’avventura. Si corre di notte, scalando e arrampicandosi su un monte, illuminato solo ed esclusivamente dalle poche lampade predisposte dall’organizzazione e dalla propria lampadina frontale. La sfida è arrivare alla capanna, il rifugio degli alpini monzesi. Chi è la su vi è arrivato con le proprie gambe, non esistono possibilità diverse. Riscendere poi, dopo la gara, lungo il sentiero più dolce nel cuore della notte, dove il silenzio è rotto solo ed esclusivamente dai versi e dai rumori degli animali notturni, mentre incomincia ad albeggiare, è spettacolare. Il terzo, il più sentimentale. Il podista è un animale solitario, “nasce, soffre e muore da solo”. Chi gli corre al fianco è comunque un avversario. Non sempre però. Almeno alla Monza Resegone non è così. La gara è a squadre, tre sono i componenti, in tre bisogna arrivare al traguardo. Non contano le individualità, conta solo ed esclusivamente il gruppo. Bisogna essere compatti e procedere uniti. Gli elementi più forti servono ad aiutare ed incitare quelli più deboli. La bellezza è tutta qui. Se non si comprende questo è inutile partecipare ad una gara di questo tipo. Se non si percepisce questa sensazione di appartenenza ad un gruppo, la partecipazione diventa inutile. Aldilà del risultato, del tempo cronometrico, delle sensazioni fisiche vissute. Ciò che conta è la testa e le emozioni che questa ti regala. È meraviglioso riscoprirle nel tempo e riviverle intensamente. Così è stato quest’anno per me, così lo è stato per chi con me ha corso. Due fantastici amici, due atleti spettacolari, due persone con un cuore grande così. Mario Fattore e Lorenzo Trincheri. Il primo due volte campione del mondo della 100 km, il secondo ottavo all’ultima edizione della Marathon des Sables. Non credo sia importante raccontare la gara. Dire che alla partenza non eravamo di certo tra i favoriti per la vittoria, che le squadre preposte al gradino più alto del podio erano senz’altro altre. Non ha senso parlare di tempi e passaggi, come di squadre raggiunte e superate. Non ha valore descrivere la nostra gara in rapporto a quella degli altri. La vittoria è e rimane di sicuro la ciliegina sulla torta, ma la nostra corsa è e rimane paradisiaca aldilà di tutto questo. L’orgoglio non è essere arrivati primi, ma essere arrivati. La gara non ci ha regalato un alloro in più da mostrare, ma una gara “epica” da raccontare ai nipoti quando saremo vecchi e, soprattutto, un’amicizia ancora più forte di prima. Un’unica considerazione sul primo posto, perché nasce da un sentire particolare, che spiega meglio di ogni cosa la gioia di correre in squadra. Mi è capitato altre volte di vincere gare, magari e forse anche più importanti. Ma stranamente ad una sensazione di estrema felicità se ne è sempre accompagnata una di tristezza, quasi di malinconia. È bello essere da soli sul gradino più alto del podio, ma si è soli. Tutta la contentezza è dentro di te, ma non puoi e riesci a condividerla a pieno con gli altri. Anche le persone più vicine e più care non possono in questo aiutarti. Rimangono e sono comunque distanti. La sensazione provata alla Monza Resegone è stata diversa, unica, bella. La mia gioia è stata la gioia di Mario e Lorenzo. Sembravamo tre bambini con un giocattolo nuovo in mano, con una felicità in più nel cuore, con una nuova storia da raccontare.
Finalmente incomincio a sentire una piacevole sensazione di stanchezza. Dopo circa due settimane da quando ho ricominciato a caricare, cercando di doppiare tutti i giorni, il mio fisico sente i segni degli allenamenti e dei chilometri corsi. Inoltre il caldo contribuisce ad accentuare tutto questo, non favorendo il recupero ed aumentando la dispersione dei sali minerali. Nonostante tutto ciò la sensazione che provo è stranamente gradevole e piacevole. Sicuramente perché diversa da quella provata fino ad un mese fa. Infatti se fino a maggio la pesantezza degli allenamenti era dovuta allo stress delle cose extra-corsa, ora la sensazione di stanchezza è dovuta solo ed esclusivamente agli allenamenti fatti. E questo da una parte mi fa ben sperare per il futuro, mentre dall’altra mi fa stare tranquillo con la coscienza perché cosciente del fatto che sto facendo quanto dovuto. Che poi non è altro che un chilometraggio settimanale intorno ai 150 km con l’inserimento di alcuni lavori specifici. Ma mi conosco abbastanza bene per sapere che il mio fisico rende al massimo proprio quando è maggiormente sollecitato. Un esempio su tutti. Oggi pomeriggio ho corso 10 volte i 400 m con un recupero di un minuto da fermo. In diverse prove ho ottenuto un tempo intorno al 1’10”. Sembra impossibile ma meno di un mese fa, con meno stanchezza nelle gambe, riuscivo a correrli a stento in 1’12”. Credo che la via intrapresa sia quella giusta. Sabato sera alla Monza-Resegone avrò una prima piacevole conferma o una scottante delusione.
Strano destino quello del podista. Lotta e combatte da solo, perde e vince da solo, “Nasce e muore da solo”. La sua fortuna e anche la sua sfiga più grande. Può esultare per la vittoria più bella o disperarsi per la sconfitta più brutta, ma sempre e comunque da solo. Chi gli è a fianco, sia egli il suo più grande amico o l’amore della sua vita, non può essere parte del suo sentire, delle sue emozioni, delle sue passioni. Sarà sempre un vicino lontano. Nello sport di squadra si hanno e si vivono momenti differenti, fatti, al massimo, di solitudine accompagnata. Si può rimanere soli, ma sempre e comunque all’interno di una squadra. Si gioisce e si piange tutti quanti insieme. E il gioco del singolo, per fortuna o purtroppo, può diventare e decidere il gioco di tutti. Il podista è e rimane un solitario, per scelta o per destino. Sempre, o quasi. Capita infatti a volte, molto raramente, di poter provare un’emozione diversa, atipica, strana, ma per questo più esaltante. Poter correre a fianco di un altro atleta senza che questi sia un rivale, ma un amico da sostenere ed incoraggiare. Perché è anche dal suo risultato che dipende il tuo. È quello che succederà sabato 21 giugno alla Monza-Resegone, gara di 42 km circa che si corre a squadra, a tutti coloro che avranno la fortuna di parteciparvi. Non sarà una staffetta, ma una cronometro per team. Ogni equipe, formata da tre componenti, prenderà il via singolarmente. Le partenze avverranno ogni 30”. Un po’ come capita nei grandi giri a tappe del ciclismo. Ed anch’io sarò tra i fortunati. Soprattutto perché avrò la possibilità di correre in compagnia di due grandi amici, Mario Fattore e Lorenzo Trincheri. Sarà un’esperienza unica e bellissima, soprattutto nell’ultimo tratto del percorso quando si dovrà scalare, mani e piedi, immersi nella notte, il monte Resegone illuminato unicamente dalle torce predisposte lungo i sentieri dagli organizzatori. Arrivare al Rifugio degli Alpini sarà un’esaltante avventura, così come, dopo la gara, riscendere lungo i pendii della montagna ascoltando i rumori della natura e osservando l’imminente alba.
Sono giorni particolari quelli che sto vivendo. Un po’ perché il clima ed il tempo non decidono di fare il proprio dovere regalandoci il tepore tipico d’inizio d’estate e la gioia e la spensieratezza di correre senza l’assillo degli abiti pesanti e fastidiosi, un po’ perché ho ripreso ad allenarmi con maggiore frequenza e decisione, dedicando un numero più elevato di ore alla corsa. Tutto questo mi produce un forte senso di stanchezza e di dolore muscolare esteso su ogni parte del corpo. In particolar modo a soffrire sono le gambe e la schiena, senza parlare dell’annoso problema al tendine d’Achille sx che ogni volta si ripresenta puntuale, quasi a volermi ricordare che oramai si è affezionato alla mia persona e che non mi lascerà per niente al mondo. Ho provato a convincerlo in ogni modo, ma ogni mio tentativo è risultato inutile e vano. Comunque, aldilà di tutto, non ho intenzione di variare i miei programmi. La parola d’ordine è allenamento, sviluppato sia sulla quantità dei chilometri settimanali che sulla qualità, intesa prevalentemente come recupero della velocità di base. Spero e credo che tutto ciò possa farmi riacquistare una condizione atletica discreta. Al momento, inoltre, non ho fissato appuntamenti agonistici particolari, se si fa eccezione per la Monza-Resegone che dovrei correre sabato 21 giugno in compagnia degli amici Mario Fattore e Lorenzo Trincheri. Ma anche questo non è ancora sicuro al 100% e la risposta definita la avrò solo ed esclusivamente tra qualche giorno. Oltre questo null’altro da aggiungere. Solo un particolare che nulla c’entra con la corsa, ma appartiene alla bellezza del periodo che stiamo vivendo. Ieri sera il prato davanti a casa mia, nonostante il tempo non bellissimo, era pieno di lucciole. Uno spettacolo straordinario, che dura pochi giorni, ma puntualmente torna ogni anno per scandire il tempo e ricordare, almeno a me, gli anni dell’infanzia e quando bambino cercavo di cogliere con la mano queste piccole luci. Le vedevo spegnere nel mio pugno e la gioia era vederle tornare a volare. Nulla di sentimentale era legato a questo gesto, era solo ed esclusivamente il gioco di un bambino. Oggi sarebbe la richiesta al cielo di esaudire un bel sogno.
Tante, forse troppe, sono state in questi giorni le testimonianze di affetto nei miei confronti. Dico la verità, ne rimango sorprendentemente stupito e affascinato. Tanti i messaggi sul blog, così come le visite sul mio sito. Mai come in questi giorni. Segno di una vicinanza piacevolissima verso la mia persona. Segno di una volontà da parte di molti di avere notizie. Di sapere i motivi del mio ritiro e, forse, soprattutto i segni lasciati sul mio fisico e sulla mia mente. È spettacolare la voglia mostrata di essere vicini ad una persona che ha attraversato un momento non bello, non positivo, deludente. E proprio per questo cercare in tutti i modi di incitarlo, di incoraggiarlo, di spronarlo a non mollare e comunque a riprovarci. Sono tutti questi segnali che mi danno la forza di resistere e di ricominciare. L’ho detto e scritto già. Dovrò avere l’umiltà e la voglia di ritornare alla fatica e di riconquistare la determinazione che ho avuto negli anni passati. So che, imprevisti permettendo, facendo forza sul fatto che i lavori per la casa sono ormai terminati e che le giornate sono lunghissime, posso tornare ad allenarmi seriamente. Ho iniziato da oggi. Erano anni che non mi capitava più di doppiare, ho corso due allenamenti di un’ora ciascuno per un totale di 28 km. Così sarà anche domani. E sicuramente in avvenire. Dovrò mettere sotto pressione il mio fisico e la mia mente. L’obiettivo è la gara del mondiale di 100 km del prossimo 8 novembre. Ma anche tornare a correre una maratona sotto le 2h25’. So che posso farcela. Soprattutto perché ho la grandissima fortuna di avere un gruppo di amici e fans che mi stimano e mi vogliono un mondo di bene. E non perdono mai l’occasione di mostrarmelo, proprio come sta avvenendo in questi giorni. Grazie a tutti.
Alla fine di tutto restano solo le mie parole, perché quello che doveva essere non è stato. Non è stato scritto nulla di importante, nulla che possa rimanere come un bel ricordo, nulla che possa essere raccontato. Non si può raccontare molto a se stessi quando di mezzo c’è un sogno svanito. Un pezzo di gloria rincorso e non raggiunto. Quando non si è portato a termine il compito da svolgere. Quando ai bei pensieri si affianca la durezza dei fatti. Quando la speranza si scontra con la realtà. Ma nonostante tutto si può solo cercare di raccontare perché quello che doveva essere non è stato e quanto rammarico c’è dentro se stessi. È strano quello che mi succede quando mi capita di ritirarmi, come mi è successo sabato scorso o al mondiale, la mia testa non si preoccupa di me, del mio stato, del mio sentire. Vaga e va alla ricerca della sensazione altrui, del pensiero di chi mi è vicino e ha sperato, con me e per me, che le cose andassero diversamente. Il mio sguardo si sofferma ed incrocia quello degli altri e vede dispiacere profondo, quasi delusione e tristezza. Ed allora il compito diventa un altro. Cercare di far capire che nonostante tutto la situazione è sotto controllo e che non c’è rammarico, ma solo ed esclusivamente la razionalità per comprendere quanto successo. Che non c’è motivo di essere preoccupati o delusi o provare dispiacere per me. Che se le cose sono andate in questo modo c’è un motivo preciso e soprattutto che la decisione presa non è stata affrettata, inconsapevole, incosciente. Tutto è, stranamente, pensato e ragionato, nonostante i fatti e le situazioni lascino pensare diversamente. Per questo motivo, questa sera, il mio pensiero vola ancora a chi mi è stato vicino. A chi mi ha seguito. A chi mi ha supportato. A loro dico grazie, perché senza di loro una parte del mio correre sarebbe senza senso, senza motivo, senza scopo. E anche grazie a loro che oggi trovo la forza per andare avanti, per ripartire dal basso, dalla fatica per volare lontano. Almeno con la mia mente. Grazie.
Finalmente trovo il tempo per scrivere qualcosa su quello che è stato, o meglio non è stato, il mio Passatore. Non so bene come cominciare e soprattutto cosa è giusto scrivere o, quantomeno, cosa sia più giusto mettere in evidenza. Proverò a mettere insieme un po’ di parole nel caos della mia mente e delle mie sensazioni. Impresa ardua. L’impressione è la stessa che provavo quando al liceo dovevo fare i temi di italiano. Mi capitava spesso di dare inizio al mio racconto senza sapere bene dove andare a parare, quali sarebbero stati i pensieri espressi e se la mia opinione sarebbe stata “A” o “Z”. Il bello è che alla fine riuscivo comunque a scrivere qualcosa di sensato o, perlomeno, qualcosa che a me pareva tale. Tornando alla gara posso dire quello che è stato dal punto di vista tecnico. Partenza tranquilla intorno ai 4’ al km in compagnia di Giorgio Calcaterra. Stranamente e contrariamente a quanto avrei pensato le gambe sono leggerissime e correre lungo la salita di Fiesole è quasi un piacere. Inoltre il clima mite ed il leggero vento rendono la corsa più agevole. Questo fino al 25esimo km. Poi l’allungo di Giorgio in discesa ed io rimango solo. Meglio così, in modo da poter gestire il mio ritmo a piacimento. Discesa verso Borgo San Lorenzo ed inizio dei problemi, non muscolari, ma di affaticamento. Finalmente inizio della salita verso la Colla. A quel punto le sensazioni incominciano a trasformarsi in neri pensieri. Le gambe diventano macigni da sollevare ed il ritmo si fa più pesante. Vedo il cartello del 40esimo km e, nonostante la seconda posizione ed un passaggio di tutto rispetto in 2h40’ circa, decido di fermarmi. I miei accompagnatori (Gian Luca, Serena, Gianni e Giovanni) mi pregano di ripensarci e provare ad andare avanti. Faccio un ulteriore sforzo, ma la sorte della gara è decisa. Al cartello della maratona tiro i remi in barca e salgo sulla macchina. Il mio Passatore finisce qua. Senza possibilità di ripensamenti e senza rammarichi. La delusione non è sul mio volto, ma su quella di chi mi è vicino. Lo stupore è degli amici corridori che passando mi vedono fermo sul lato della strada. Tutti mi chiedono il perché e tutti mi incitano a ripensarci. Impossibile. La decisione è presa ed è irremovibile. Per quale motivo? Perché non provare ad andare avanti quando le gambe non sono ancora morte e c’è la possibilità che la crisi passi a breve? E soprattutto perché non arrivare almeno sul tratto in discesa per capire davvero se non si può arrivare a Faenza? Conosco la 100 km troppo bene. Così come conosco la fatica e le mie gambe. Inoltre so bene cosa significhi preparare una gara del genere e cosa voglia dire essere preparati fisicamente. Lo avevo preannunciato. La mia condizione non è affatto buona e gli allenamenti sono stati pochi e modesti. Troppi sono stati gli impegni durante la prima parte del 2008. In primis i lavori per la mia nuova casa. So bene che per correre forte ci vogliono fatica, dedizione ed impegno. Nonostante la mia volontà non sono riuscito a fare quello che era dovuto. Non si può pensare di correre una 100 km facendo 70-80 km a settimana. Le gambe non hanno la capacità per reggere uno sforzo tale. E forzare la mano significa solamente arrivare al massacro. Magari giungendo anche a Faenza, ma a quale condizione e a quale prezzo? La 100 km così come la corsa è per me solo ed esclusivamente un bel gioco e tale deve rimanere. C’è poi da aggiungere un altro fattore. Mi rendo conto che le gare di questo livello portano presto ad un esaurimento delle energie mentali. Tutto bene finché si è alle prime esperienze o la condizione fisica è buona. Ma nel momento in cui l’esperienza incomincia a diventare troppa e le gambe non ti sopportano più come dovrebbero, allora correre con la testa diventa davvero difficile. E’ più facile e giustificabile mollare, gettare la spugna, ritirarsi. Almeno per me. Comunque aldilà di ogni cosa e di ogni considerazione restano i fatti. La storia la si scrive correndo, non pensando a come si sarebbe potuto correre. Ma in ogni situazione bisogna aver la forza di trovare l’aspetto positivo. L’elemento al quale agganciarsi per ripartire, senza del quale tutto finisce. Tutto si perde e si disperde. L’obiettivo principale l’ho detto ad inizio anno era e resta il mondiale di 100 km a Tarquinia. Per quell’appuntamento, imprevisti a parte, cercherò con la massima determinazione di essere al top per vivere la gara come una forte emozione da non dimenticare. Per far questo occorre una sola cosa, ritrovare il tempo ed il modo di tornare ad allenarsi con criterio. Inizierò da domani. Questa è la mia sfida. Questo il mio destino. Questo il mio futuro.
Ricevo e volentieri pubblico la seguente e-mail che mi è stata inviata dagli organizzatori della 100 km del Passatore: "Tele1 anche questanno sarà in diretta dalla Piazza del Popolo di Faenza dalle ore 20,00 fino alle ore 24,00 per seguire con collegamenti ed ospiti tutta la gara dalla partenza a Firenze fino allarrivo a Faenza.
Quello che mi accingo a scrivere sarà il mio ultimo post prima della 100 km del Passatore. Il tanto sospirato 31 maggio è oramai alle porte e domani si parte per Firenze. Soggiornerò in un agriturismo appena fuori dalla città e sarò in compagnia di Serena, Gian Luca (mio fratello, nonché Angelo Custode durante la gara con la bici), Gianni Lauri (amico e sponsor, nonché ex atleta e partecipante alla 100 km del Passatore nel lontano 1982), Giovanni Lollobrigida (per gli amici il Tigre, sostenitore), Franco Piccioni (quella di quest’anno sarà per lui la quinta 100 km del Passatore consecutiva) e Francesco Proietti (che tenterà di finire la sua seconda 100 km del Passatore dopo quella dello scorso anno). Inoltre, all’ultimo momento, si sono aggiunti anche Giorgio Calcaterra e Caterina Fusco insieme a due amici che porteranno con loro anche il piccolo Francesco. Devo essere sincero non so bene cosa scrivere. Potrei parlare ancora dei mille e più pensieri che affollano la mia mente in questi giorni o delle sensazioni che provano le mie gambe. Potrei descrivere di come penso possa andare la mia gara e quella degli altri. Oppure di quello che proverò mentre sarò in corsa. E di quello che penseranno e sentiranno tutti coloro che fisicamente saranno vicino a me o che lo saranno solo mentalmente. Potrei scrivere infinite cose e mille pensieri. Ma non lo farò. Mi limito solo ed esclusivamente a fare un augurio a me e a tutti coloro che come me proveranno a portare a termine questa fatica bestiale. Spero che per ognuno la soddisfazione sia massima. Che ognuno possa raggiungere il traguardo più bello. Che ognuno possa esaudire il sogno più lontano. In poche parole che a fine gara, comunque sia andata, ognuno possa tornare a casa con il massimo della felicità e della gioia. Ricordando che la 100 km del Passatore è comunque solo e soltanto un bellissimo (e faticosissimo) “gioco”.
Il Passatore è oramai alle porte. Lo si capisce da mille cose. Ma soprattutto dai mille pensieri quotidiani e dalle sensazioni. Uniche. Ho avuto modo di dirlo più volte. Lo sport fa parte di me e, paradossalmente, non mi emoziona più o lo fa in maniera molto limitata. Non soffro le gare. Non le sento. Non provo timore. Almeno così è per gran parte di esse. Non per le 100 km. Non per il Passatore. Non si può e non è giusto affrontare un impegno fisico e mentale come questo senza avere timori ed incertezze. Farlo potrebbe essere dannoso. Deleterio. Da pazzi. Il Passatore è unico anche e soprattutto per questo. Chi lo conosce lo rispetta. Bene che vada è una sfida che ti vede vincitore, ma con le ossa rotte. Per il Passatore si soffre prima durante e dopo la gara. Prima per gli allenamenti ed i timori. Durante inutile dirlo. Dopo per gli inevitabili postumi che lascia. Sono segni e tracce invisibili che rimangono scolpite in eterno sul tuo corpo e nella tua mente. Per fortuna o purtroppo. Chi lo ha provato lo conosce e lo rispetta. Chi non ha avuto il coraggio di farlo lo ammira. Chi non sente questi sentimenti non potrà mai capire. Non si può percepire e neanche immaginare cosa voglia dire arrivare a vedere nella notte buia le luci bianche della piazza di Faenza. Sapere che chi è lì è lì per te. Che comunque sia andata la gara, essere arrivati fin lì significa aver scritto una pagina bellissima della storia dello sport ed essere considerato un piccolo eroe. E la sensazione è stupenda. Paradisiaca. Eterna.
Non sono abituato a fare i lavori specifici durante la settimana. Tanto meno quelli di velocità. Ma si sa, quando si è in compagnia le cose cambiano e di molto. Così stasera insieme ai compagni di allenamento Andrea Rossi e Marco Mancini abbiamo provato a tirarci il collo: 6 x 1000 m con recupero da fermo facendo un mille ogni 5 minuti. Praticamente più si corre veloce la prova, maggiore è il tempo di recupero. Inoltre le condizioni climatiche non erano affatto tra le migliori. Infatti nel pomeriggio ha piovuto abbondantemente ed in serata il sole ha tirato fuori tutta l’umidità. Si faceva fatica non poco a respirare. Se a questo si aggiunge che la mia condizione dal punto di vista dei ritmi non è poi così brillante, si può ben capire come anche un allenamento all’apparenza così facile possa diventare estremamente impegnativo. Ed il crono lo dimostra: 3’16”, 3’13”, 3’10”, 3’12”, 3’09” e ancora 3’09”. I tempi non sono granché, ma, volenti o nolenti, questo è. L’obiettivo, dopo il Passatore, è quello di accorciare le distanze e recuperare un po’ di brillantezza sui ritmi. Almeno spero.
Continua la mia marcia di avvicinamento alla 100 km del Passatore. Stamane ho deciso di prendere parte alla 26° edizione della Maratona del Piceno. Per me sarà un vero e proprio ritorno alle origini. Infatti proprio questa fu la prima gara di 42,195 km che feci. Era il 1995 e la corsa era solo un mezzo di allenamento per lo sci di fondo. Durante l’estate decisi di provare l’esordio sulla distanza. Inutile dire che l’esperienza in tal senso era pessima e quindi la gara fu un vero massacro. La preparazione durò solo 3 settimane e i lavori più lunghi furono un paio di allenamenti da 20 km. Ma l’entusiasmo era tanto, così come la foca alla partenza. Passaggio suicida alla mezza intorno ad 1h13’. Verso il 28° km incominciai ad andare in crisi, sia di fame che di sete. Nonostante tutto andai avanti senza soste. Al 40° km ero ancora in 5° posizione. Terminai, con le gambe distrutte, in 2h42’22” in 10° posizione. Probabilmente quelli sono rimasti i 2,195 km più lunghi della mia storia di maratoneta. Ma fu proprio quel giorno che, nonostante tutto, capii che le corse di lunga distanza sarebbero state, nel bene e nel male, il mio futuro. Tornando alla 100 km credo che questa maratona mi sarà utile per mettere dentro, tra riscaldamento gara e defaticamento, ancora un altro lungo di 50 km. Poi l’ultimo allenamento sarà la domenica 25 e sarà dedicato alla salita: 30 km quasi tutti su pendenze simili a quelle della Colla.
La giornata di ieri, inutile dirlo, è stata massacrante. A soffrire, oltre il fisico, è stata la testa. Soprattutto negli ultimi chilometri. E’ vero quando si parte si soffre perché si pensa alla grande fatica ed ai chilometri che bisognerà affrontare. Ma si crea una strana situazione per la quale ci si convince che le cose possano andare diversamente. Che quasi per magia nel corso dell’allenamento proveremo altre sensazioni fatte solo ed esclusivamente di piacere. Non è così e chi corre lo sa molto molto bene. Allora il finale diventa un inesorabile Calvario, dove ogni piccolo problema diventa un incubo in più da mettere in gioco. Così è per tutti, così è stato ieri per me. Nello specifico il mio finale è stato contraddistinto dal timore dell’impegnativa salita da affrontare e dalla crisi di fame. Inoltre la tendinite che ho sul tendine di Achille ha gridato vendetta ed è scoppiata con tutto il suo vigore. Arrivare a casa è stata una liberazione, la fine di uno stress terribile. O meglio non proprio la fine. Perché la sofferenza, così come i dolori, non terminano con l’allenamento, ma proseguono, inesorabilmente, nei giorni successivi. Così stamane le gambe sono distrutte ed il tendine dolorante. Si è creata una specie di borsa fastidiosissima. La cura non so se c’è. Per il momento faccio riposo. Oggi e, forse, domani. Poi da martedì si ricomincia.
Ebbene si, anche questa è fatta. 70 km in giro per la valle dell’Aniene percorsi in un tempo di 5h15’. Le sensazioni non sono state ottime, ma comunque neanche pessime. Conosco già la mia condizione e non mi aspettavo molto di più. La parte più difficile è stata ovviamente dal 50esimo km in poi, perché con le gambe stanche ho dovuto affrontare un tratto su terreno sterrato, e quindi dall’appoggio non regolare, e soprattutto, gli ultimi 5 km, un tratto di salita estremamente impegnativa con il sole a picco sulla testa. Inoltre nel tratto finale, nonostante mi fossi alimentato a base di tranci di tramezzini, è arrivata una leggera crisi di fame che ha esaltato ancora di più la fatica. Nella mia testa sono passati i pensieri più cupi. Uno su tutti: come faccio ad affrontare il Passatore che prevede 100 km da correre ad un ritmo estremamente più veloce di quello avuto oggi? Una risposta precisa non l’ho trovata. Spero solo che il 31 maggio la mia condizione sia straordinariamente diversa e mi consenta di affrontare l’impegno in maniera più leggiadra. Stento a credere che ciò possa avvenire, ma lo spero profondamente!
Ormai ci siamo. Quello di domani sarà uno degli allenamenti dell’anno. L’allenamento che temo di più e che non mi fa dormire la notte. Quello che non vedo l’ora di fare per non averne più il pensiero: 70 km collinari per un totale di più di 5 ore di corsa. Attraverserò il territorio di vari comuni: Subiaco, Jenne, Vallepietra, Trevi nel Lazio, Altipiani di Arcinazzo ed infine Filettino. Sarà uno “splendido” tour in giro per il Parco dei Monti Simbruini, peccato che conosca già bene i posti e la curiosità non sia poi moltissima. Certo è che correre in questo periodo ha un sapore molto particolare. La natura è in pieno risveglio e lo si percepisce dai colori, dai suoni e dagli odori. Il tutto è esaltato dalle belle giornate di sole e dalla brina mattutina. Ma tutto ciò non contribuirà minimamente ad alleviare la fatica e i dolori muscolari. Il percorso sarà una sintesi del Passatore: partenza pianeggiante, poi salita impegnativa, seguita da discesa e falsopiano in salita, poi ancora salita, discesa e pianura. Speriamo che tutto vada per il meglio. A farmi compagnia ci sarà mio fratello Gian Luca con la bicicletta e, nella parte finale quando nulla mi entrerà più nella testa, solo la solitudine dei miei pensieri e la voglia di tornare a casa.